Cristalli in vetro di Murano

Le tecniche di lavorazione che vengono utilizzate per i cristalli di Murano sono differenti, ma accomunate da una storia secolare le cui origini si perdono nella notte dei tempi (o quasi). Un esempio tra i tanti è quello relativo alla tecnica dell’Avventurina, che prevede di spruzzare del vetro translucido con delle particelle che presentano ossidi metallici brillanti: lo scopo è quello di ottenere un’imitazione del quarzo omonimo, una pasta vitrea che, per l’appunto, prende il nome di “avventurina” perché si ritiene che realizzarla sia complicato a tal punto da consistere in una vera e propria avventura. In effetti si tratta di un procedimento che non è solo delicato, ma che è anche lungo, in occasione del quale si creano dei piccoli cristalli di rame nella massa vitrea.

Anche il Calcedonio rientra tra le tecniche adottate per i cristalli di Murano: in questo caso si ha a che fare con un vetro che viene realizzato miscelando metalli con tonalità cromatiche differenti, al fine di imitare i lapislazzuli, la malachite, l’onice, l’agata e altre pietre, tra cui – appunto – il calcedonio. Si tratta di una lavorazione relativamente recente, dal momento che fu introdotta a Venezia solo negli ultimi anni del Quattrocento, e che poi è stata riscoperta nel tardo XIX secolo da Lorenzo Radi.

In questa rassegna, poi, la tecnica del Cristallo ha un ruolo decisamente importante: viene disegnato un particolare tipo di vetro che, grazie al ricorso a silicato di piombo, risulta rifrangente e al tempo stesso trasparente. La tecnica è stata perfezionata anche in Francia, in Gran Bretagna e in Boemia, intorno alla fine del Seicento, con l’uso di potassio, calcio e silice. A volte si parla di vetro di piombo, ma il riferimento è lo stesso. Da non dimenticare, in conclusione, la Filigrana, che prevede la sovrapposizione di canne in vetro trasparente su una lastra.

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